PREFETTA? (ESATTAMENTE TRE ANNI FA)


21/10/2015

21 ottobre 2012. Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera. "Un parroco di paese, don Maurizio Patriciello di Caivano, in una riunione nel Palazzo di governo a Napoli dedicata ai roghi tossici nell'hinterland, si rivolge alla dottoressa Carmela Pagano, Prefetto di Caserta, con un triplo «Signora». Il Prefetto di Napoli al terzo sbotta: «Quale signora, scusi? Quello è un Prefetto della Repubblica», e avvia una filippica sul rispetto delle istituzioni, sul ruolo e sulle responsabilità affidate al rappresentante del governo. Il parroco: «Non sono avvezzo a questi contesti. Non volevo offendere nessuno...»".

Sono passati tre anni (non venti: tre!), eppure la velocità dei fatti ormai è tale (Presidente del Consiglio era Mario Monti...) che il tempo si scopre galantuomo con sempre maggior anticipo.

Circa il rapporto complesso con la declinazione al femminile che spinge e costringe la lingua italiana verso la cacofonia per non rimanere politicamente indietro coi tempi, abbiamo scritto da poco: PREFETTA ancora suona male e magari a Don Maurizio sarebbe bastato un poco ortodosso "Signora Prefetto" per non alzare polveroni.

Il pezzo del Corriere suggeriva una domanda retorica: "Avrebbe mai detto, don Maurizio, a proposito di un prefetto maschio «il Signore» (...) senza precisare il grado, la funzione, la carica?". No, ovviamente, nel modo più assoluto non lo avrebbe fatto. Quindi in qualche modo ha "sbagliato". In questo senso, il Prefetto di Napoli aveva assolutamente ragione: le parole sono importanti (forse non tanto da mettersi a strillare come Nanni Moretti in "Palombella rossa", ma quasi); quindi, un piccolo sforzo di "parificazione interiore" nel chiamare circostanze e persone dovremmo farlo tutti, quanto meno nel porre problematicamente la questione: "Chiedo scusa: debbo chiamarla "Prefetta" o "Signora Prefetto?".

Resta il fatto, però, che non era quella la sede per sollevare la questione. E anche se siamo certi che il Prefetto di Napoli non intendesse in alcun modo appellarsi all'italico e (Dio sa quanto!) diffusissimo "Lei non sa chi sono io!", ogni occasione è opportuna per ricordare quanto si tratti di un vizio quantomeno inelegante.

Sarà che per poter pensare di essere qualcuno, nel Belpaese, la fatica e i rospi da ingoiare sono tanti; sarà che le aspettative dei genitori sulla carriera dei figli sono sempre eccessive; sarà che se si ritiene di essere "arrivati", qui da noi, a tutti piace pensare d'averlo meritato.

Sarà, pure, che viviamo in un paese dove titoli a cariche rivestono ancora una forma di sacralità primitiva, e le resistenze che si oppongono a una lettura più moderna di molte pubbliche funzioni sono le stesse che rendono scivoloso perfino il dibattito (lessicale) sulle desinenze al femminile.

 

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