PASQUA


25/03/2016

Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi. Perché il Natale del proverbio va passato in famiglia e la Pasqua no?

Probabilmente perché la Pasqua, al contrario del Natale, viene sempre di domenica, quella successiva al primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera (così fu deciso nel 325 a Nicea, anche se prima di riuscire a celebrarla il medesimo giorno in tutto l'Occidente la cristianità dovette attendere il 1752, superando secoli di incomprensioni astronomiche): nel giorno dedicato da Dio al riposo ci si può "riposare" da tutto, pure dagli impegni famigliari.

Chiudendo un periodo di penitenza, è una festa con pochi obblighi, ma certamente ne suggerisce uno, legato al rispetto di una vocazione antica: a Pasqua è giusto riflettere sul valore della vita. 

La parola deriva dall’ebraico “pessach” che significa passaggio - quello del Mar Rosso - e la celebrazione coincide con i riti ancestrali delle religioni politeiste legati alla fertilità della Terra (a primavera, solo per ricordarne uno, i Greci ricordavano il mito del ritorno di Persefone, figlia di Demetra, dal mondo sotterraneo alla luce).

Le uova che ci scambiamo, che mangiamo a Pasqua, del ritorno alla luce rappresentano una metafora; sono un'espressione di vita e una speranza di rinascita.  Nella tradizione cristiana, il significato riconduce anche alla forma del masso che bloccava l'ingresso al sepolcro di Gesù, e rimanda al mistero salvifico della resurrezione. 

Quale che sia il nostro riferimento culturale, il senso della vita che torna e promette di tornare suggerisce una riflessione sul valore delle cose terrene. Il tripudio di uova che vengono comprate e rotte per qualche sorpresina da far sbranare in pochi minuti a bimbi ignari non è peccato grave, ma... Un paio di uova a bambino possono bastare, no? (peraltro, varrebbe la pena di acquistarne da chi approfitta dell'occasione per fare del bene; le associazioni che offrono cioccolata di ottima qualità destinando il ricavato in beneficienza sono molte, ormai). 

Il ritorno sulla tavola della carne dopo la quaresima, altrettanto merita una riflessione. Il sacrificio degli animali aveva un senso sacro che i nostri tempi felici hanno dimenticato, e con sempre maggior frequenza la tradizione si scontra con la "liceità" del consumo di carne fine a se stesso. Non c'è bisogno di essere vegetariani per rispettare il dolore estremo dei prodotti da allevamento intensivo, quindi che ciascuno mangi quel che crede quando crede, ma un pensiero di gratitudine per il cibo che stiamo per consumare, ecco, se c'è un giorno giusto in cui spenderlo è la domenica di Pasqua.

Il pranzo, ricco e di buon auspicio, può essere sostituito da un "brunch", ovvero la colazione salata di tradizione in tante regioni d'Italia, che una volta si faceva all'alba per poter mangiare di nuovo all'una e che rimandata poco oltre la mezza mattina coniuga insieme necessità di non eccedere e segnali augurali d'abbondanza.

Infine, una facezia. Va bene pasquetta fuori porta (in memoria del viaggio dei discepoli verso Emmaus, quando ricevettero l'apparizione di Gesù risorto), ma tenendo a mente che non per forza la giornata deve trasformarsi in una caccia al tesoro senza premi tra traffico e stress: che possa andar bene il parco più vicino, ci avete pensato?

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