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SAN VALENTINO

14 February 2018

Geoffrey Chaucer ne "Il Parlamento degli Uccelli" associa al Santo del 14 febbraio (data coincidente con i lupercalia, festa pagana della fertilità) gli auspici del fidanzamento di Riccardo II con Anna di Boemia (1382): di quale Valentino dovesse trattarsi il Martirologio romano lo definì solo due secoli dopo. 

La rete non lo ama: la ricorrenza è regolarmente sbertucciata sui social, le dicerie che nei biglietti elettronici d'auguri creati ad hoc si nascondano orribili virus vengono considerate credibili e i siti di raccolta degli appassionati di "Kill Cupid" hanno picchi di utenti in febbraio.

Esaurite le note di colore, ecco un decalogo (semiserio) di sopravvivenza alla ricorrenza. Perché San Valentino, nonostante il dileggio, aleggia ... 

1) Per Lei: è vero, magari di uscire a cena non vi va nemmeno, ma almeno che Lui se ne ricordi, no? Programmi mirabolanti dopo il primo lustro, però, meglio non aspettarsene.

2) Per Lui (da “Debrett´s”, inossidabile manuale inglese di buone maniere): "Se gli uomini sapessero quanto potenti sono i fiori nel toccare i sentimenti di una donna, darebbero loro tutt'altra considerazione". Ecco, un fiore va sempre bene.

3) Per Lei: prepararsi a sopportare stoicamente amnesie e distrazioni, come pare capiti, statistiche alla mano, in occasione di ogni altra ricorrenza... (si scherza, eh, qualcuno più attento ci sta).

4) Per Lui: allo scopo di evitare la mai troppo vituperata uscita, vietato sposare poco credibili posizioni da mujiko anarchico primi novecento dichiarando il San Valentino una festa da capitalisti.

5) Per Lei: pur concordando sull'opportunità di ottemperare al piacere della peraltro mai troppo vituperata uscita, non pretendere che Lui prenoti proprio "quel" ristorante.

6) Per Lui: Scegliere un locale di livello superiore alla pizzeria di quartiere.

7) Per Lei: Non infliggere un’uscita in "doppia coppia".

8) Per Lui: Non pretendere un’uscita in "doppia coppia".

9) Per Lei: Sarebbe bene non farne, di regali, ma se proprio si vuole azzardare un pensierino, è vietato prendersela ove quello che arriva in cambio sia impresentabile.

10) Per Lui: a San Valentino si rinuncia (con nonchalance, sennò non vale) all'attività sportiva, tanto giocata (calcetto) che in Tv (coppe incluse): fidatevi...

 

IL FEMMINILE DELLE PAROLE

16 July 2014

"Le resistenze all'uso del genere grammaticale femminile per molti titoli professionali o ruoli istituzionali ricoperti da donne sembrano poggiare su ragioni di tipo linguistico, ma in realtà sono, celatamente, di tipo culturale; mentre le ragioni di chi lo sostiene sono apertamente culturali e, al tempo stesso, fondatamente linguistiche" (Cecilia Robustelli, docente di Linguistica italiana all'Università di Modena e di Reggio Emilia).

La prevalenza linguistica del maschile è un ostacolo sul percorso verso l'uguaglianza (quando in Germania, nell'era Merkel, si parla normalmente di Bundeskanzlerin, Cancelliera; e la Kirchner per tutti in Argentina è la "Presidenta")? Diffidare di "Ingegnera" nasconde una inconscia resistenza all'accettazione della parità di genere?  Un manualetto di Cecilia Robustelli appena pubblicato (Donne, grammatica e media - Suggerimenti per l'uso dell'italiano; INPGI/FNSI), propone una concezione "normativa" del linguaggio.

Il libro afferma la necessità della declinazione al femminile di termini come Sindaco (Sindaca), Prefetto (Prefetta), Avvocato (Avvocata, utilizzato chissà perché nelle preghiere e non nei tribunali) eccetera; non nega le cacofonie, ma le ritiene male minore rispetto al sessismo nascosto nella conservazione di tanti termini in "o" difficili da pronunciare in "a"; e siccome questi neologismi fanno fatica a entrare nel linguaggio comune, per accorciare i tempi della loro metabolizzazione ne raccomanda l'uso da parte dei media.

Ma la pubblicazione - promossa dalla rete delle giornaliste di G.I.U.Li.A. - riguarda gli auspici di una diffusione dell'utilizzo dei termini da parte della stampa e non risolve  - non potrebbe, neanche volendo - il dubbio che si pone sempre più spesso scrivendo l'indirizzo su una busta o l'intestazione di una mail: le parole Ministra e Assessora (che non sono per propria natura "sbagliate", come non sono "giuste" Maestra, Infermiera o Cuoca) devono o possono essere utilizzate nella corrispondenza?

Dovendo scrivere a UNA Sindaco, come è giusto indirizzare la lettera? Senza entrare nel merito ("il Presidente" no, d'accordo, ma è più giusto "la Presidente" o "la Presidenta"? Noi preferiamo la decinazione dell'articolo  - la Prefetto, la Architetto - ma è solo un parere), crediamo che sia opportuno informarsi circa le preferenze dell'interessata, per evitare di chiamare "chirurga" una medico - la medica? - chirurgo, se lei stessa preferisce il maschile usato come "neutro" (tra virgolette, lo sappiamo che il neutro in italiano non esiste...).

Bene, è complicato, ma prima di mandare una busta indirizzata alla Signora Giuseppina Tubi, Sindaca del comune di Topolinia, consigliamo una telefonata alla sua segreteria o a chi ne fa le veci. Se piace mandatela così, sennò, desistete... Tra dieci anni vedremo che sarà successo. Quando un termine, un atteggiamento, un capo di abbigliamento (ahinoi) entra nell'uso collettivo, dopo un po' diventa "giusto" anche se a parere di qualcuno rimarrà sbagliato per sempre.

E' bello che non si mettano più i frac? E che l'uso dei biglietti da visita fuori dal lavoro stia scomparendo? E che quasi più nessuno sappia fare il baciamano e servire in tavola "alla russa"? Forse no, ma il "bon ton", piaccia o non piaccia, è il figlio naturale di un sentire comune dietro al quale, alla fine, passassero cent'anni le società si allineano senza eccezioni. Non fosse così, le infermiere (di chirurghe non ce n'erano), girerebbero ancora con le gonne lunghe.

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Quanto alla grammatica, riportiamo di seguito quasi testualmente, condividendone l'approccio e i contenuti, un commento al citato articolo della Crusca ("inviato da paolam il 19 marzo 2013").

Nei nomi in -o il femminile esce in -a : avvocato/avvocata, impiegato/impiegata; i nomi in -e non cambiano, perché hanno la stessa uscita per il maschile e il femminile: giudice, vigile, insegnante, docente (che in realtà è un participio sostantivato, cioè una forma verbale usata come nominale); oppure hanno acquisito una uscita in -a per il femminile: parrucchiere/parrucchiera, infermiere/infermiera; i nomi con terminazioni di origine greca, come quelli in -sta, -ta, hanno la stessa uscita al maschile e al femminile: pianista, ginnasta, giornalista, pilota, astronauta. I nomi "di agente" di origine latina, come dot-tore, at-tore, diret-tore, revis-ore, profes-sore, al femminile escono in -trice. E solo questo, in alcuni casi fa difficoltà: infatti, se si può dire attrice e se si può dire direttrice, è impossibile per la fonetica della lingua italiana pronunciare la parola professrice, oppure revisrice. In questi casi di incompatibilità fonetica può soccorrere l'uso storico della lingua italiana, che per alcuni nomi maschili in -tore ha creato, per analogia con i nomi in -o/-a, l'uscita in -tora per il femminile, ragione per cui il femminile di fattore era fattora, e non fattrice. E' per questo che è stato proposto di adottare la forma professora al posto di professoressa, cui fa da ostacolo, però, un uso ormai lungamente consolidato. Il femminile di dottore potrebbe benissimo fare dottrice, parola realmente esistente in latino (doctrix) come appellativo, ma anche dottora (sebbene più "volgare" in senso linguistico). AGGIUNGIAMO NOI: dottoressa perché no?

 

 

 

 

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